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Primo Maggio: Il Manifesto in livrea e l'opposizione fasulla a tarallucci e vino

di Samantha Criscione

[4 giugno 2007]

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Un lettore ci ha inviato l’articolo di fondo de Il Manifesto del 3 maggio scorso, a firma di Micaela Bongi, sulle reazioni alle critiche mosse da Andrea Rivera al Vaticano durante il concerto del Primo Maggio [1], chiedendoci che cosa ne pensiamo. L'articolo è riprodotto in calce.

A.R. di Roma commenta: “effettivamente, mi sembra, il manifesto ha scritto tutto quello che c’era da scrivere.”

Analizziamolo, dunque.

Innanzitutto, sotto la parvenza di difendere Andrea Rivera dagli attacchi di politici e sindacalisti, e del Vaticano, Il Manifesto lo ridicolizza, presentandolo come un guitto in cerca del quarto d’ora di celebrità:

“fino all'altro ieri innocuo interprete del teatro canzone e intervistatore citofonico del programma di Serena Dandini” []
“[i]mpossessatosi della conduzione del concertone del primo maggio, dal palco il terrorista si è lanciato come un kamikaze direttamente nei salotti degli italiani che speravano in un pomeriggio di svago”. (Il corsivo è mio – SC)

Il tono, in apparenza scherzoso, è di sufficienza e dispregiativo: Andrea Rivera è definito un “kamikaze” (appellativo ripetuto due volte); le sue critiche alla chiesa cattolica sono “bordate”. Il “kamikaze” era un aviatore giapponese membro di un corpo speciale suicida addestrato durante la seconda guerra mondiale a lanciarsi con l’aereo carico di esplosivo su obiettivi nemici, principalmente navi. “Bordata” è un termine militare che indica la scarica simultanea di tutti i pezzi di artiglieria posti su un lato di una nave da guerra, come a dire: Rivera è uno che le spara grosse.

Anche il termine usato da Il Manifesto per indicare la manifestazione del Primo Maggio, il “concertone”, è dispregiativo e serve a rinforzare l'immagine di irrilevanza e superficialità che il quotidiano ci vuole trasmettere, prima ancora di informarci su che cosa abbia detto Andrea Rivera. Micaela Bongi fin dalle prime righe fissa il quadro di riferimento: un attore da strapazzo in cerca di notorietà sul palco di una manifestazione canzonettistica. Quale importanza potrà mai avere?

Il “concertone”? Stiamo parlando del Primo Maggio, della festa del lavoro, delle lotte per le otto ore, per l’assistenza sanitaria, la pensione, la giustizia sociale, contro il lavoro minorile, contro la criminalità organizzata (forse Il Manifesto ricorderà Portella delle Ginestre?), contro il lavoro nero, la disoccupazione, le morti bianche. E questo è un quotidiano che ha pure il coraggio di dirsi “comunista”!

Ma c’è di peggio: Il Manifesto, dopo aver citato le frasi pronunciate da Rivera contro il Vaticano, senza commentarle, si chiede: “Satira? Invettiva?” Poi, dopo aver riportato la reazione del Vaticano, che accusa Rivera di essere un terrorista, Il Manifesto risponde:

“No, non è satira. Non è una semplice invettiva. Il bossolo spedito a Bagnasco è stato un atto intimidatorio che va contro la dialettica democratica.” (Il corsivo è mio – SC)

Ma, un momento! Non stavamo parlando di Rivera e delle sue accuse al Vaticano? Che cosa c’entrano Bagnasco e il bossolo, che gli sarebbe stato spedito da ignoti, con la sepoltura del mafioso De Pedis in S. Apollinare in Roma e i funerali religiosi in pompa magna concessi ai golpisti Francisco Franco e Augusto Pinochet?

Per quanto possa apparire sconcertante, soprattutto per coloro che ancora credono che basti fregiarsi del titolo di “quotidiano comunista” per essere di sinistra, Il Manifesto si allinea con il Vaticano: la denuncia di Rivera, un clown che le spara grosse (le sue sono “bordate”, ricordate?), “non è una semplice invettiva”, ovvero un attacco ingiurioso e violento, il che già sarebbe riprovevole, bensì costituisce addirittura “un atto intimidatorio che va contro la dialettica democratica “ al pari del bossolo ricevuto dal cardinale Angelo Bagnasco.

Sicché, conclude Il Manifesto, è

“Sacrosanta, è il caso di dire, la decisione della chiesa di rispondere tenendo alta la propria bandiera.”

Sacrosanto, sacro e santo, ovvero, indiscutibilmente legittimo, di diritto inviolabile. Tenere “alta la propria bandiera”? E a quale bandiera si riferisce Il Manifesto? Quella sotto la cui protezione mafiosi e criminali pluriomicidi vengono sepolti con la benedizione delle somme autorità ecclesiastiche?

L’unica osservazione blandamente critica che Il Manifesto osa muovere al Vaticano è che è

“Discutibile, se l'espressione è concessa, la tentazione di corredare il «non ci facciamo intimidire» con un'intimidazione di altro tipo. Quella neanche tanto strisciante nei confronti della politica che a pochi giorni dal Family day sta provando a chiudere in commissione giustizia del senato la discussione sui Dico.” (Il corsivo è mio – SC).

Insomma, per Il Manifesto gli attacchi del Vaticano alla libertà di espressione, in difesa di atti a sostegno di criminali, sarebbero nient’altro che eccesso di zelo nel tenere alta la propria bandiera, la “tentazione” ad esagerare nel difendere i proprî inviolabili diritti, nel tentativo di influenzare la politica sulla questione del DiCo, l’orrendo acronimo del “disegno di legge in materia di diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”.

E che cosa è una “tentazione”? È un “impulso nettamente contrastante con quanto è imposto dalla decenza o dalla convenienza”, il che spiega come mai tale “tentazione” sia, a detta di Micaela Bongi, “discutibile”, ovvero contraria agli stessi interessi del Vaticano.
[2]

Discutibile ha, infatti, due significati: 1) un significato eufemistico di “sconveniente”, ciò che denota, quindi, un problema di etichetta (come indossare scarpe marroni con un completo blu), e 2) il significato primo di qualcosa che è “di dubbia efficacia o validità”.
[3]

E meno male che c’è Il Manifesto a dare ‘sti buoni consigli a quelle teste calde dell’Osservatore Romano, che nel fervore della polemica rischiano di andare contro i proprî interessi!

Saltando a piè pari da Rivera a Bagnasco alla legislazione sulle coppie di fatto, Il Manifesto è riuscito completamente a far perdere le tracce della questione di partenza: lo scandalo di una chiesa che si erge a somma istanza morale e offre la propria protezione e la propria benedizione ai più efferati criminali.

In sole 461 parole Il Manifesto riesce a trasmettere un messaggio assai chiaro: Andrea Rivera è un povero pirla, che va semplicemente ignorato nei contenuti, ma che è da condannare, in quanto la sua critica è un atto intimidatorio; la chiesa ha il diritto inviolabile di difendersi dalle intimidazioni e di “tenere alta la propria bandiera”, qualunque essa sia, solo che essa non dovrebbe esagerare (“se l’espressione è concessa”, si azzarda a notare in punta di piedi Micaela Bongi), ed è perciò che

“proprio dalla politica dovrebbe arrivare la risposta più sobriamente ferma non al kamikaze Rivera, ma alle intemerate delle alte sfere vaticane. In nome dell'amore (anche omosessuale, evidentemente) che impregna le predicazioni del santo padre, non si finisca preda del terrore. Terrore sacro, s'intende.”

Troviamo anche qui, dove meno ce lo potevamo aspettare, su un “quotidiano (sedicente) comunista”, l’appello alla sobrietà, che, insieme al buonsenso invocato dal Presidente del Consiglio Romano Prodi e alla serenità auspicata dal responsabile informazione dei DS Roberto Cuillo, va a formare la triade di virtù della ‘nuova sinistra’ italiana: quella democristiana del buon tempo che fu. [4]

Rivera punta il dito sull’ipocrisia favoreggiatrice della chiesa cattolica, il Vaticano risponde tacciandolo di terrorismo, di dare avvio a una nuova strategia della tensione, di viltà, di lapidare il papa, e Il Manifesto parla scherzosamente di “intemerate delle alte sfere vaticane” e ribadisce che l’amore “impregna le predicazioni del santo padre”, per poi concludere con la facezia finale, “Terrore sacro, s'intende”.

Che cosa è una “intemerata”? “O intemerata et in aeternum benedicta” è il verso iniziale di una lunga orazione di origine medievale a Maria e a Giovanni Evangelista. Per similitudine “intemerata” è, scherzosamente, un discorso lungo, noioso e spiacevole, spesso improntato a un tono di veemenza, quindi, una “sgridata violenta, [una] lavata di capo.”
[5]

Il tono da battuta dell’intero articolo, a partire dal titolo, “Sacro terrore”, serve a banalizzare la portata delle critiche di Rivera e a minimizzare le ipocrite ingerenze del Vaticano a “ intemerate”, ovvero lavate di capo di un genitore buono, pur se burbero e a tratti intransigente, che va all'occorrenza “sobriamente” corretto dai servizievoli lacchè del giornalismo e della politica.

Il fatto poi che Il Manifesto utilizzi un termine scherzoso di origine ecclesiastica serve a confermare l'immagine benevola di un don Camillo che perde le staffe. E facciamoci una bella risata, ché tutto finisce a tarallucci e vino!

Il tono militante da satira copre un contenuto profondamente reazionario, rendendo Il Manifesto molto più pericoloso di Avvenire o de Il Foglio, perché qui il clericalismo è pittato di vernice rossa.

Potete leggere l'articolo di Micaela Bongi dopo le note al testo.

-- Samantha Criscione
Emperor's Clothes

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Note e ulteriori letture

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* L'indice dei principali articoli di Emperor's Clothes in lingua inglese sul ruolo della chiesa cattolica nel conflitto arabo-israeliano, nell'ascesa e consolidamento del nazionalsocialismo in Germania e del fascismo croato nei Balcani è alla pagina
http://emperors-clothes.com/vatican.htm

 [1] Sulle reazioni di stampa e politica alla denuncia fatta da Andrea Rivera durante il concerto del Primo Maggio delle connivenze del Vaticano con movimenti golpistici e con l'antistato della mafia e dei servizio segreti cosiddetti deviati’, cfr. l'articolo di Manlio Stenoglio, Primo Maggio: Il teatrino delle parti e la strategia della chiesa cattolica, Emperor's Clothes, 25 maggio 2007:
http://tenc.net/it/arts/teatrino.htm

 [2] Cfr. lemma tentazióne, in Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Dizionario della Lingua Italiana, Firenze, Le Monnier, 1971, prima edizione, p. 2466.

 [3] Cfr. lemma discutìbile, in Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Dizionario della Lingua Italiana, Firenze, Le Monnier, 1971, prima edizione, p. 719.

 [4] Sugli appelli al buonsenso e alla serenità pronunciati dal Presidente del Consiglio Romano Prodi e dal responsabile informazione del Partito dei Democratici di Sinistra Roberto Cuillo, vedi l'articolo di Manlio Stenoglio, Primo Maggio: Il teatrino delle parti e la strategia della chiesa cattolica, Emperor's Clothes, 25 maggio 2007:
http://tenc.net/it/arts/teatrino.htm#buonsenso e
http://tenc.net/it/arts/teatrino.htm#cuillo

 [5] Cfr. lemma intemeràta”, in Grande Dizionario di Italiano, Milano, Garzanti, 2002, consultato il 4 giugno 2007:
http://www.garzantilinguistica.it/interna_ita.html

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Sacro terrore
di Micaela Bongi

Il Manifesto
[prima pagina]


3 Maggio 2007

N.B.: I termini e le frasi più salienti dell'articolo, commentati qui sopra, sono sottolineati in giallo e in verde.

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Lo «scriteriato», lo chiama Romano Prodi. I sindacati stanno valutando se chiedergli i danni per aver leso l'immagine del primo maggio. Mezzo mondo politico e anche di più gli dà come minimo dell'irresponsabile. Ma Andrea Rivera, fino all'altro ieri innocuo interprete del teatro canzone e intervistatore citofonico del programma di Serena Dandini, ha gettato la maschera sul palco di piazza San Giovanni. E si è rivelato molto più che uno «scriteriato irresponsabile»: Andrea Rivera è un terrorista. Non è un'iperbole. È una verità non suscettibile di interpretazioni capziose, messa nero su bianco dall'Osservatore romano, quotidiano della Santa sede. Impossessatosi della conduzione del concertone del primo maggio, dal palco il terrorista si è lanciato come un kamikaze direttamente nei salotti degli italiani che speravano in un pomeriggio di svago: «Il papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Infatti la chiesa non si è mai evoluta». E ancora: «Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, Franco e per uno della banda della Magliana». Satira? Invettiva? Macché: «È terrorismo alimentare furori ciechi contro chi parla sempre in nome dell'amore. È vile e terroristico lanciare sassi addirittura contro il Papa».
E così dopo giorni di «allarme Bagnasco», la Santa sede torna a occupare le prime pagine dei giornali all'insegna del «codice rosso». Tutto è nello stesso calderone: le scritte «vergogna» contro il presidente della Cei, il bossolo ricevuto dallo stesso Bagnasco e per il quale si è mobilitato lo stato a tutti i livelli, le bordate di Rivera. Ma anche il voto dell'europarlamento contro l'omofobia e in generale le critiche nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche. Perché, ci spiega l'Osservatore, l'odio è «coscientemente alimentato da chi fa del laicismo la sua ragione d'essere, per convenienza politica». Lo dimostrano «le interpretazioni capziose di discorsi fatti dal presidente della Cei, forzati per aprire una 'guerra' strisciante, una nuova stagione della tensione, dalla quale trae ispirazione chi cerca motivi per tornare ad impugnare le armi...».
No, non è satira. Non è una semplice invettiva. Il bossolo spedito a Bagnasco è stato un atto intimidatorio che va contro la dialettica democratica. Sacrosanta, è il caso di dire, la decisione della chiesa di rispondere tenendo alta la propria bandiera. Discutibile, se l'espressione è concessa, la tentazione di corredare il «non ci facciamo intimidire» con un'intimidazione di altro tipo. Quella neanche tanto strisciante nei confronti della politica che a pochi giorni dal Family day sta provando a chiudere in commissione giustizia del senato la discussione sui Dico. E proprio dalla politica dovrebbe arrivare la risposta più sobriamente ferma non al kamikaze Rivera, ma alle intemerate delle alte sfere vaticane. In nome dell'amore (anche omosessuale, evidentemente) che impregna le predicazioni del santo padre, non si finisca preda del terrore. Terrore sacro, s'intende.

(C) il manifesto 2007
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