A.R. di Roma
commenta: “effettivamente, mi sembra, il manifesto ha scritto tutto quello
che c’era da scrivere.”
Analizziamolo, dunque.
Innanzitutto, sotto la parvenza di difendere Andrea Rivera dagli attacchi di
politici e sindacalisti, e del Vaticano, Il Manifesto lo ridicolizza,
presentandolo come un guitto in cerca del quarto d’ora
di celebrità:
“fino all'altro ieri innocuo interprete del teatro canzone e intervistatore
citofonico del programma di Serena Dandini” […]
“[i]mpossessatosi della
conduzione del concertone del primo maggio, dal palco il terrorista si è
lanciato come un kamikaze direttamente nei salotti degli italiani che
speravano in un pomeriggio di svago”. (Il corsivo è mio – SC)
Il tono, in apparenza scherzoso, è di sufficienza e dispregiativo: Andrea
Rivera è definito un “kamikaze” (appellativo ripetuto due volte); le sue
critiche alla chiesa cattolica sono “bordate”. Il “kamikaze” era un aviatore
giapponese membro di un corpo speciale suicida addestrato durante la seconda
guerra mondiale a lanciarsi con l’aereo carico di esplosivo su obiettivi
nemici, principalmente navi. “Bordata” è un termine militare che indica la
scarica simultanea di tutti i pezzi di artiglieria posti su un lato di una
nave da guerra, come a dire: Rivera è uno che le spara grosse.
Anche il termine usato da Il Manifesto per indicare la manifestazione del
Primo Maggio, il “concertone”, è dispregiativo e serve a rinforzare
l'immagine di irrilevanza e superficialità che il quotidiano ci vuole
trasmettere, prima ancora di informarci su che cosa abbia detto
Andrea Rivera. Micaela Bongi fin dalle prime righe fissa il quadro di
riferimento: un attore da strapazzo in cerca di notorietà sul palco di una
manifestazione canzonettistica. Quale importanza potrà mai avere?
Il “concertone”? Stiamo parlando del Primo Maggio, della
festa del lavoro, delle lotte per le otto ore, per l’assistenza sanitaria,
la pensione, la giustizia sociale, contro il lavoro minorile, contro la
criminalità organizzata (forse Il Manifesto ricorderà Portella delle
Ginestre?), contro il lavoro nero, la disoccupazione, le morti bianche. E questo
è un quotidiano che ha pure il coraggio di dirsi “comunista”!
Ma c’è di peggio: Il Manifesto, dopo aver citato le frasi pronunciate da Rivera contro il Vaticano, senza commentarle, si chiede: “Satira? Invettiva?”
Poi, dopo aver riportato la reazione del Vaticano, che accusa Rivera di
essere un terrorista, Il Manifesto risponde:
“No, non è satira. Non è una
semplice invettiva. Il bossolo spedito a Bagnasco è stato un atto intimidatorio che va contro la dialettica
democratica.” (Il corsivo è mio – SC)
Ma, un momento! Non stavamo parlando di Rivera e delle sue accuse al
Vaticano? Che cosa c’entrano Bagnasco e il bossolo, che gli sarebbe stato
spedito da ignoti, con la sepoltura del mafioso De Pedis in S. Apollinare in
Roma e i funerali religiosi in pompa magna concessi ai golpisti Francisco
Franco e Augusto Pinochet?
Per quanto possa apparire sconcertante, soprattutto per coloro che ancora
credono che basti fregiarsi del titolo di “quotidiano comunista” per essere
di sinistra, Il Manifesto si allinea con il Vaticano: la denuncia di Rivera, un
clown che le spara grosse (le sue sono “bordate”, ricordate?), “non è una
semplice invettiva”, ovvero un attacco ingiurioso e violento, il che già
sarebbe riprovevole, bensì costituisce addirittura “un atto intimidatorio che va contro
la dialettica democratica “ al pari del bossolo ricevuto dal cardinale
Angelo Bagnasco.
Sicché, conclude Il Manifesto, è
“Sacrosanta, è il caso di dire, la decisione della chiesa di rispondere
tenendo alta la propria bandiera.”
Sacrosanto, sacro e santo, ovvero, indiscutibilmente legittimo, di diritto
inviolabile. Tenere “alta la propria bandiera”? E a quale bandiera si
riferisce Il Manifesto? Quella sotto la cui protezione mafiosi e criminali pluriomicidi
vengono sepolti con la benedizione delle somme autorità ecclesiastiche?
L’unica osservazione blandamente critica che Il Manifesto osa muovere al
Vaticano è che è
“Discutibile, se l'espressione è concessa, la tentazione di corredare il
«non ci facciamo intimidire» con un'intimidazione di altro tipo. Quella
neanche tanto strisciante nei confronti della politica che a pochi giorni
dal Family day sta provando a chiudere in commissione giustizia del senato
la discussione sui Dico.” (Il corsivo è mio – SC).
Insomma, per Il Manifesto gli attacchi del Vaticano alla libertà di
espressione, in difesa di atti a sostegno di criminali, sarebbero
nient’altro che eccesso di zelo nel tenere alta la propria bandiera, la
“tentazione” ad esagerare nel difendere i proprî inviolabili diritti, nel
tentativo di influenzare la politica sulla questione del DiCo, l’orrendo
acronimo del “disegno di legge in materia di diritti e doveri delle persone
stabilmente conviventi”.
E che cosa è una “tentazione”? È un “impulso
nettamente contrastante con quanto è imposto dalla decenza o dalla
convenienza”, il che spiega come mai tale “tentazione” sia, a detta di
Micaela Bongi, “discutibile”,
ovvero contraria agli stessi interessi del Vaticano.
Discutibile ha, infatti, due significati: 1) un significato eufemistico di
“sconveniente”, ciò che denota, quindi, un problema di etichetta (come
indossare scarpe marroni con un completo blu), e 2) il significato primo di
qualcosa che è “di dubbia efficacia o validità”.
[3]
E meno male che c’è Il Manifesto a dare ‘sti buoni consigli a quelle teste
calde dell’Osservatore Romano, che nel fervore della polemica rischiano di
andare contro i proprî interessi!
Saltando a piè pari da Rivera a Bagnasco alla legislazione sulle coppie di
fatto, Il
Manifesto è riuscito completamente a far perdere le tracce della questione
di partenza: lo scandalo di una chiesa che si erge a somma istanza morale e
offre la propria protezione e la propria benedizione ai più efferati
criminali.
In sole 461 parole Il Manifesto riesce a trasmettere un messaggio
assai chiaro: Andrea Rivera è un povero pirla, che va semplicemente ignorato
nei contenuti, ma che è da condannare, in quanto la sua critica è un atto
intimidatorio; la
chiesa ha il diritto inviolabile di difendersi dalle intimidazioni e di
“tenere alta la propria bandiera”, qualunque essa sia, solo che essa non
dovrebbe esagerare (“se l’espressione è concessa”, si azzarda a notare in
punta di piedi Micaela Bongi), ed è perciò che
“proprio dalla politica dovrebbe arrivare la risposta più sobriamente ferma
non al kamikaze Rivera, ma alle intemerate delle alte sfere vaticane. In
nome dell'amore (anche omosessuale, evidentemente) che impregna le
predicazioni del santo padre, non si finisca preda del terrore. Terrore
sacro, s'intende.”
Rivera punta il dito sull’ipocrisia
favoreggiatrice della chiesa cattolica, il Vaticano risponde tacciandolo di
terrorismo, di dare avvio a una nuova strategia della tensione, di viltà, di
lapidare il papa, e Il Manifesto parla scherzosamente di “intemerate
delle alte sfere vaticane” e ribadisce che l’amore “impregna
le predicazioni del santo padre”, per poi concludere con la facezia finale,
“Terrore sacro, s'intende”.
Che cosa è una “intemerata”? “O intemerata et in aeternum benedicta”
è il verso iniziale di una lunga orazione di origine medievale a Maria e a Giovanni
Evangelista. Per similitudine “intemerata” è, scherzosamente, un discorso lungo, noioso
e spiacevole,
spesso improntato a un tono di veemenza, quindi, una “sgridata violenta,
[una] lavata di capo.”
[5]
Il tono da battuta dell’intero articolo, a partire dal titolo, “Sacro
terrore”, serve a banalizzare la portata delle critiche di Rivera e a
minimizzare le ipocrite ingerenze del Vaticano a “ intemerate”, ovvero
lavate di capo di un genitore buono, pur se burbero e a tratti
intransigente, che va all'occorrenza “sobriamente” corretto dai servizievoli
lacchè del giornalismo e della politica.
Il fatto poi che Il Manifesto utilizzi un termine scherzoso di
origine ecclesiastica serve a confermare l'immagine benevola di un don
Camillo che perde le staffe. E facciamoci una bella risata, ché tutto
finisce a tarallucci e vino!
Il tono militante da satira copre un contenuto profondamente
reazionario, rendendo Il Manifesto molto più pericoloso di Avvenire o de
Il
Foglio, perché qui il clericalismo è pittato di vernice rossa.
* L'indice
dei principali articoli di Emperor's Clothes in lingua inglese sul
ruolo della chiesa cattolica nel conflitto arabo-israeliano, nell'ascesa e
consolidamento del nazionalsocialismo in Germania e del fascismo croato nei
Balcani è alla pagina
http://emperors-clothes.com/vatican.htm
[1]
Sulle reazioni di stampa e politica alla denuncia fatta da Andrea Rivera
durante il concerto del Primo Maggio delle connivenze del Vaticano con
movimenti golpistici e con l'antistato della mafia e dei servizio segreti
cosiddetti ‘deviati’,
cfr. l'articolo di
Manlio Stenoglio, “Primo
Maggio: Il teatrino delle parti e la strategia della chiesa cattolica”,
Cfr. lemma
“discutìbile”,
in Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli,
Dizionario della Lingua Italiana, Firenze, Le Monnier, 1971, prima
edizione, p. 719.
[4]Sugli appelli al buonsenso e alla serenità pronunciati
dal
Presidente del Consiglio Romano Prodi e dal responsabile informazione del
Partito dei Democratici di Sinistra Roberto Cuillo, vedi l'articolo di Manlio Stenoglio,
“Primo
Maggio: Il teatrino delle parti e la strategia della chiesa cattolica”,
Emperor's Clothes, 25 maggio
2007:
http://tenc.net/it/arts/teatrino.htm#buonsenso e
http://tenc.net/it/arts/teatrino.htm#cuillo
Lo «scriteriato», lo chiama Romano Prodi. I sindacati stanno
valutando se chiedergli i danni per aver leso l'immagine del primo maggio.
Mezzo mondo politico e anche di più gli dà come minimo dell'irresponsabile.
Ma Andrea Rivera, fino all'altro ieri
innocuo interprete del teatro
canzone e intervistatore citofonico del programma di Serena Dandini, ha
gettato la maschera sul palco di piazza San Giovanni. E si è rivelato molto
più che uno «scriteriato irresponsabile»: Andrea Rivera è un terrorista. Non
è un'iperbole. È una verità non suscettibile di interpretazioni capziose,
messa nero su bianco dall'Osservatore romano, quotidiano della Santa sede.
Impossessatosi della conduzione del
concertone del primo maggio, dal palco il terrorista si è lanciato
come un kamikaze direttamente
nei salotti degli italiani che speravano in un pomeriggio di svago: «Il papa
ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Infatti la chiesa non si è mai
evoluta». E ancora: «Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali
di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, Franco e per uno della banda
della Magliana». Satira? Invettiva? Macché: «È terrorismo alimentare furori ciechi contro chi parla
sempre in nome dell'amore. È vile e terroristico lanciare sassi addirittura
contro il Papa».
E così dopo giorni di «allarme Bagnasco», la Santa sede torna a occupare le
prime pagine dei giornali all'insegna del «codice rosso». Tutto è nello
stesso calderone: le scritte «vergogna» contro il presidente della Cei, il
bossolo ricevuto dallo stesso Bagnasco e per il quale si è mobilitato lo
stato a tutti i livelli, le bordate
di Rivera. Ma anche il voto dell'europarlamento contro l'omofobia e in
generale le critiche nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche. Perché,
ci spiega l'Osservatore, l'odio è «coscientemente alimentato da chi fa del
laicismo la sua ragione d'essere, per convenienza politica». Lo dimostrano
«le interpretazioni capziose di discorsi fatti dal presidente della Cei,
forzati per aprire una 'guerra' strisciante, una nuova stagione della
tensione, dalla quale trae ispirazione chi cerca motivi per tornare ad
impugnare le armi...». No, non è satira. Non è una semplice
invettiva. Il bossolo spedito a Bagnasco
è stato un atto intimidatorio che va contro la dialettica democratica. Sacrosanta, è il caso di dire, la
decisione della chiesa di rispondere tenendo alta la propria bandiera.
Discutibile, se l'espressione è concessa, la tentazione di corredare il «non
ci facciamo intimidire» con un'intimidazione di altro tipo.
Quella
neanche tanto strisciante nei confronti della politica che a pochi giorni
dal Family day sta provando a chiudere in commissione giustizia del senato
la discussione sui Dico. E proprio dalla politica dovrebbe arrivare la
risposta più sobriamente ferma non al
kamikaze Rivera, ma alle
intemerate delle alte sfere
vaticane. In nome dell'amore (anche omosessuale, evidentemente) che impregna
le predicazioni del santo padre, non si finisca preda del terrore.
Terrore sacro, s'intende.
(C) il manifesto 2007 * Posted by TENC for Fair Use
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